| Visioni (seconda puntata) |
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Visioni di case che crescono. Aspettando l’Expo e qualche altro miracolo. Il tabellone elettronico non si lascia certo intimidire dalle preghiere dei pedoni. I minuti d’attendere per la 90 sono quindici, tutto il resto è noia. Noi, ultimi tra i sopravvissuti di un inizio estivo milanese, siamo contratti dentro una sera perfettamente blu, senza nuvole o silenzio. La città si è consumata attorno ai brevi rimpianti dell’ennesimo pomeriggio afoso e ha finito per squagliarsi senza troppa eleganza. Chi ritorna a casa, dentro i propri camici acquatici, non ha tanta voglia di badare al paesaggio. Le macchine così si bruciano i propri chilometri, disumane come certi incubi, mentre qualche saracinesca tossisce ancora la fine del proprio turno. Io sono circondato. Circondato da sole donne incinte. Una è accanto a me, con i suoi scolpiti occhi andini e buste gonfie della spesa che bucano le mani, spremendole le vene fuori dalle braccia. Un’altra sta attraversando proprio in questo momento la strada: è una lungagnona africana e con i suoi passi, meglio di un righello, misura l’area delle sbiadite strisce pedonali. Un’altra, già distante, fuma stizzita. Ha un caschetto biondo ossigenato e una canotta acrilica fucsia. È in attesa di qualcuno, forse non sa neanche lei di chi. Poi risponde al telefono ed è così che, con un furioso accento moscovita, comincia a inveire contro l’interlocutore e, probabilmente, tutta la sua famiglia. Quando s’interrompe la conversazione, io sto guardando già dall’altra parte.
Viale Berengario – Al posto di una montagna Dall’altra parte c’è Milano. Milano che attende ancora di avere una crosta. Un grosso castello di polvere si nasconde con metalliche protezioni e, in lontananza, si sentono i respiri affannati di nuovi palazzi in costruzione. Mi stacco da quel popolo inebetito che invoca la 90 come fosse un’apparizione mariana e cingo il perimetro della terra scavata, da cui non emergono coccodrilli o mostri antichi, ma lamiere senza scintille e qualche cartellone che promette magnifiche e progressive sorti (edilizie). C’è un’immensa ferita in questa città, tutti noi la possiamo vedere. Eppure non c’è tanto da temere per l’operazione chirurgica che ben presto ricucirà tutto. C’è da temere per il segno ben visibile di un’imminente spaziale cicatrice. Continuo a camminare mentre la fossa è censurata, tappezzata da disegni avveniristici di sommergibili cementificati con la testa a punta. Se solo ci fosse una libreria, sarebbe tutto diverso. Ma non c’è neanche una libreria.
Romolo – Quando finisce una città Quando scendono le prime tracce d’oscurità su Milano, ci sono già gli instancabili lampioni che ti guardano accesi dall’alto. La 90 si lascia attendere e sotto la pensilina ritrovo ancora le smorfie della mamma sudamericana che si asciuga il sudore con lo straccio della sua mano rosa. Ritorno al punto di partenza e mentre le donne in gravidanza continuano a passarmi accanto, tutte straniere e più forti di me, la mia vista trattiene lo spazio d’aria che ancora resta libero sopra l’asfalto.
Nuovo palazzo della Regione – Il crepuscolo Nonostante le cancerogene nubi che s’affollano davanti e le ammucchiate stordenti di giovanotti increduli delle vacanze finalmente arrivate, se si guarda bene, c’è ancora la possibilità di arrivare lontano con lo sguardo. Io e la futura mamma sudamericana strabuzziamo gli occhi. Una prima stella brilla sopra la grande voragine. Presto arriverà la notte. |




